A cura di Salvatore Borghero Rodin

     

 

 
 

A cura di Salvatore Borghero Rodin - Racconto a puntate sui principali eventi che hanno dato vita alla grande storia di Carloforte e dell'Isola di San Pietro

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La tragedia del Fusina

Sesta parte

Rassegna stampa regionale veneta

Articolo 14

IL GAZZETTINO DI VENEZIA
giovedì 22 gennaio 1970
- Pagina 4 -

Articolo a tutta pagina quattro, su cinque colonne.
In alto la foto della pagina del registro navale italiano, che riporta i dati del «Fusina»

Per il registro navale italiano il «Fusina» era una buona nave

Era stata revisionata nell’agosto scorso e non era stato rilevato nulla di anormale.
Un errore umano ha provocato il naufragio?

Venezia, 21 gennaio

Per chiarire il mistero dell’affondamento del “Fusina”, al largo di Capo Sandalo, nel mare di Sardegna, ci vorranno i sommozzatori.
Allora soltanto si potranno avere delle certezze.
Si potrà vedere se le lamiere furono squarciate da una roccia insidiosa.
Si potrà constatare, per quanto sia difficile, se è stato l’inatteso e pur sempre temuto spostamento di un carico traditore, qual è la blenda, a determinare la tragedia, a portarsi via la vita di diciotto uomini.
Si potrà, forse, trovare una risposta al «come», al «quando» al «dove» il comandante e l’equipaggio del «cargo» hanno commesso – se c’è stato – l’errore che ha determinato l’affondamento.

La nave, nel «processo» indiziario di sinistro (il solo «processo» possibile, oggi) pare destinata alla più completa «assoluzione».

Il “Fusina” era una buona nave, abilitata alla navigazione oceanica, di robusta struttura, costruita - pezzo su pezzo – secondo canoni rigorosi.
Questo, almeno, è quanto si può constatare negli Uffici dell’Ispettorato regionale del «Registro navale italiano», al secondo piano di uno stabile di Calle dei Cerchieri, a Dorsoduro.

«Il “Fusina”, in agosto, era rimasto all’asciutto nel bacino di carenaggio veneziano: la struttura del «cargo» era stata sottoposta – lo abbiamo già scritto - ad una accurata revisione e nulla di anormale era stato rilevato.

Non solo: nei primi giorni di dicembre il “Fusina” ormeggiato a Porto Marghera, aveva avuto a bordo altri tecnici del «Registro» che, sulla base del normale scadenziario, avevano riveduto l’apparato motore, controllandone l’efficienza.
Il risultato era stato identico alla revisione delle strutture del mese di agosto; tutto bene, tutto in ordine.
Il “Fusina” poteva teoricamente, almeno, affrontare qualunque mare, in qualunque circostanza.
Lo afferma il capo dell’ispettorato regionale del «Registro» ingegner Canal, il quale ci ha mostrato una pubblicazione ufficiale per l’anno ’68: il catalogo della marineria italiana.

Quando il volume venne stampato, il “Fusina” si chiamava ancora «Nozarego» ed era di proprietà della società «Sant’Ambrogio» di Milano.
Nello stesso volume, stampato a metà dello scorso anno, al nome «Nozarego» è stato sostituito il nuovo nome della nave, ma le indicazioni in nessun’altra parte sono cambiate.

Accanto al nome, dunque, sul catalogo della marineria italiana è stampato, in bella evidenza una stella nera.
«E’ il segno – dice l’ing. Canal – che distingue i mercantili costruiti direttamente sotto il controllo del «Registro navale italiano», secondo le norme in vigore in Italia che riflettono l’esperienza completa dei nostri costruttori e le esperienze fatte all’estero.
E’, in sostanza, il simbolo della buona qualità della nave».

Lungo 87 metri e 43 centimetri, largo 13 metri e 40, il «Fusina» aveva un’altezza di 8 metri e 11 centimetri. Stazzava 2 mila 706 tonnellate lorde, 1.473 nette.
Aveva una capacità di carico lordo (incluso cioè il peso degli arredi, del combustibile, dei viveri, dell’acqua e dell’equipaggio) di 4 mila e 200 tonnellate.
A mezzo carico il «Fusina» poteva raggiungere i 14 nodi orari di velocità.
Aveva un motore termico con sette cilindri due tempi, capace di sviluppare una forza massima di 1.750 cavalli vapore.

Il «Fusina» - l’hanno confermato i documenti del «Registro» - era sceso in mare a Napoli, presso i cantieri «Pellegrino», a metà del 1957.
A pieno carico, se sul «cargo» erano state rispettate le norme di legge, la nave godeva di una «riserva di galleggiamento» superiore ad un metro e 46 centimetri.

«La nave – ha detto l’ing. Canal – non aveva dato, al controllo, alcun sintomo di logoramento. Nella valutazione dei fatti che possono aver determinato il suo affondamento, c’è da tener conto di un paio almeno di altri particolari costruttivi: il “Fusina”, infatti, oltre alle paratie stagne obbligatorie (quella anticollisione di prora e quella che separa l’apparato motore dal resto della nave, a poppa) aveva altre paratie, egualmente stagne, che dividevano la stiva in tre zone distinte.

«Non è tutto – ha aggiunto l’ing. Canal – fra stiva e carena, da prora a poppa del “Fusina”, c’era il regolare doppio fondo continuo, costruito da celle parzialmente separate.
Un accorgimento in uso presso tutti i costruttori, per evitare il rischio che uno scoglio affiorante, incidendo la carena, provochi l’immediato affondamento della nave.
La nave può anche urtare uno scoglio e risultare danneggiata.
Può affondare ma, generalmente, si inabissa lentamente.
Può anche continuare la navigazione, però».

All’ing. Canal abbiamo chiesto un giudizio comparato sul “Fusina”.

La risposta è stata immediata : «I Lloyd’s godono di un prestigio che deriva dalla loro severità di assicuratori, dalla pignoleria delle loro perizie.
Ebbene, lo posso dire con assoluta tranquillità, sono arrivate e partite dal porto di Venezia, arrivano e partono in tutti i porti italiani, navi assicurate presso i Lloyd’s, che sono in condizioni ben peggiori di quelle del “Fusina”.
Per non parlare delle unità che battono bandiera ombra...».

Tutto a posto, dunque, a bordo del «cargo» affondato al largo di Capo Sandalo?

«Nulla – ha concluso l’ing. Canal – che potesse far sospettare, sia pur lontanamente, il rischio di un naufragio dovuto a cause tecniche, attinenti alla nave».

E allora non restano da giudicare che gli elementi naturali (condizioni del vento, del mare, della visibilità).

Nel lutto, nel dolore, nella commossa partecipazione di una intera città, ad una così tragica vicenda, il discorso è poi certamente difficile ed impietoso da fare.
Ma, se si vuole la verità, neanche l’ipotesi dell’errore umano può essere scartata.
Errore inconscio o, peggio, rischio non sufficientemente calcolato.

Si torna, dunque, al discorso del carico, sul modo e sui tempi di stivaggio.

E’ chiaro ed è logico, che il tempo risparmiato è tutto denaro guadagnato per la compagnia armatrice ed a volte anche per il comandante e per l’equipaggio.
Anche il tempo risparmiato quando si scarica è denaro guadagnato.

Allora, minerali come la blenda, come la bauxite, come il carbone vengono caricati, come si usa dire «a cumulo», fino al limite consentito dalla portata della nave.
Poi si parte. Se il mare è buono si va in fretta.
Se il mare è cattivo, si parte egualmente e si spera nella buona stella.

«Il carico a cumulo – ci ha detto ancora l’ing. Canal – non è certamente quello che offre garanzie maggiori di stabilità del bastimento, ma lo usano fare quasi tutti, italiani e stranieri, allo stesso modo.
Neanche caricare minerale con una percentuale di acqua che supera i limiti della prudenza, è un modo per navigare tranquilli.
Lo si fa spesso, comunque, da noi e altrove».

Ogni nave ha una stazza lorda massima, oltre la quale il carico non è consentito.
C’è un disco dipinto con vernice indelebile su ogni scafo: quando la nave parte lo si deve vedere, quel disco, se la nave è sovraccarica, l’acqua lo copre e gli uomini addetti alla vigilanza nei porti, la fermano.

Sono multe salatissime e gravi provvedimenti disciplinari a carico dei comandanti.

Nella stazza lorda, però, è compreso anche il peso del combustibile.
Se si parte dal porto con i serbatoi del combustibile vuoto, la nave può essere caricata di più e il disco famoso, dipinto con vernice indelebile, si vede egualmente, fuori dall’acqua.

Lontano dal porto, più tardi, una bettolina pomperà nei contenitori le tonnellate di combustibile che servono al viaggio.

Il disco scompare, per il sovrappeso.

Ma il combustibile si consuma ed in porto, quando si arrivi con il sovraccarico, il disco indelebile è fuori, ancora, a «fingere» una sicurezza che in mare non c’è mai stata.

E’ un caso, non dei più rari.

Gianpiero Rizzon

Continua...

Fine sesta parte - Articolo 14

 

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