A cura di Salvatore Borghero Rodin

     

 

 
 

A cura di Salvatore Borghero Rodin - Racconto a puntate sui principali eventi che hanno dato vita alla grande storia di Carloforte e dell'Isola di San Pietro

Indice generale della rubrica "La grande Storia di Carloforte"

 

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16.01.2010 - Fusina - Nel 40° anniversario della tragedia che toccò il cuore dei Carlofortini
   

La tragedia del Fusina

Ottava parte

I ricordi di Giovanni Rombi

 

Anzitutto voglio chiarire la mia posizione in questa storia e i limiti della mia partecipazione.

Ai tempi di cui stiamo parlando la “Guardia Costiera” non era stata ancora costituita e tutti i soccorsi in mare, a largo raggio, venivano attuati con le navi da guerra e ausiliarie della Marina Militare e dirette dall’alto comando nella cui giurisdizione si era verificato il naufragio: in questo caso Marisardegna.

In qualità di segretario del comandante capo operazioni di Marisardegna ero responsabile del funzionamento della centrale operativa e dell’emanazione degli ordini operativi disposti dal capo operazioni.

All’epoca dei fatti il capo operazioni era il Capitano di Vascello Giacomo Piccioni che diresse i soccorsi.

Per quanto sopra esposto non potevo essere presente lungo le coste dello "Scoglio", ma ho seguito minuto per minuto la tragedia, ho sperato nella salvezza, mi sono rattristato ad ogni messaggio che comunicava il ritrovamento di un corpo.

Il compito più difficile è stato quello di dare una risposta ai familiari che chiedevano notizie sulla sorte dei loro cari.

Il messaggio che più mi colpì fu il ritrovamento del corpo del direttore di macchina (credo che fosse proprio lui): era giunto in prossimità della costa vivo, ma le potenti onde provocate dal maestrale lo lanciarono contro gli scogli: per lui fu la fine.

Maggior fortuna ebbe il superstite: le grandi onde che lo trasportavano centrarono l’imboccatura di Cala Vinagra ed ebbe salva la vita.

Voglio ricordare che oltre al maltempo c’era l’intenso freddo di gennaio.

 

L’operazione ebbe inizio con l’arrivo a Marisardegna, alle ore 18 circa del 17 gennaio 1970, di un messaggio proveniente da Circomare Carloforte.

Chiedeva il nostro intervento per il presumibile affondamento del Fusina.

Tale richiesta era stata inoltrata in seguito al racconto di un uomo trovato in stato confusionale a Cala Vinagra.

Il Comandante Piccioni era già in centrale quando arrivai anch’io 15 minuti dopo (ero stato allertato dal personale di guardia).

Esaminato a fondo il messaggio e vista la descrizione poco convincente dello stesso si decise di effettuare dei controlli incrociati al fine di ottenere notizie più dettagliate presso Circomare Carloforte e contemporaneamente all’Ufficio Marittimo di Portovesme, porto di partenza della nave, alla Stazione Radio PPTT di Campo Mannu e alla Capitaneria di Porto di Venezia dove aveva sede l’armatore che già, a nostra insaputa, aveva allertato la Capitaneria in quanto, il "Fusina", non rispondeva alle chiamate radio da 24 ore.

Le ricerche sarebbero state possibili solo con la luce del giorno.

A sera inoltrata la Fregata "Aldebaran" e il rimorchiatore d’altura "Atleta" lasciarono il porto di Cagliari diretti nella zona di Punta delle Oche, dove iniziarono le ricerche all’alba del 18 gennaio.

Oltre a queste unità fu impiegato anche un mezzo della Guardia di Finanza.

Ironia della sorte: la tragedia dei 18 naufraghi si consumò nella notte e all’alba del 17 gennaio 1970, cioè molto prima dell’inizio delle operazioni, ma nessuno in quel momento lo sapeva.

 

Avvenimenti dopo il termine delle operazioni

La Marina Militare si impegnò a fondo per capire la dinamica dell’incidente e la causa che generò l’affondamento.

Il drammatico racconto dell’unico superstite non bastava.

L’ipotesi, comunque, era quella dello spostamento del carico, bisognava tuttavia averne la certezza con prove inconfutabili.

Lo Stato Maggiore della Marina mise a disposizione di Marisardegna una unità navale attrezzata per le ricerche subacquee.

Le ricerche al largo dell’Isola di San Pietro si svolsero, presumibilmente, durante il mese di Marzo.

Il Fusina fu individuato a circa due miglia da Punta delle Oche, con rilevamento di 270° (?).

La nave giaceva su un fondale di 90 metri, all’interno di un grande canyon, appoggiata sul fondale con il lato di dritta.

Furono eseguite una serie di fotografie subacquee.

Lo scafo si presentava completamente integro.

Non fu possibile ispezionare l’interno dello scafo in quanto la situazione meteo di quei giorni sconsigliava tale operazione.

Poiché il programma di ricerca era scaduto l’unità prosegui per La Spezia.

La causa del naufragio ormai era certa: rapido spostamento del carico.

Voglio ricordare l’ammiraglio Giovanni Giometti che fu il vero artefice di questi risultati.

 

Il Comandante Piccioni

Il Capitano di Vascello Giacomo Piccioni, che diresse i soccorsi, ha avuto un legame indissolubile con l’Isola di San Pietro, per questo voglio ricordarlo.

Nato a Imperia (Porto Maurizio) il 14.11.21, frequentò il corso normale di “stato maggiore” presso l’Accademia Navale della M.M..

La sorte le fece incontrare una Covacivich (nipote del noto Giacomo fondatore della “Casa dell’Amicizia”) con la quale, da giovane ufficiale, si unì in matrimonio.

Da allora ogni estate tornava sullo “Scoglio” che considerava la continuità ideale di Porto Maurizio.

Lo conobbi per la prima volta a Cagliari: lui destinato d’autorità, io per scelta personale.

Il fatto che io fossi “Carlofortino” non mi facilitò il lavoro.

Trovammo una eccellente intesa perché accomunati dal comune rispetto delle regole senza compromessi e dalla reciproca lealtà.

Nel 1971 ci ritrovammo a Taranto, lui comandante dell’Impetuoso, io destinato prima sul Garibaldi e poi sul Vittorio Veneto.

Piccioni fu promosso ammiraglio e assunse un importante incarico presso lo Stato Maggiore Difesa (era un esperto in telecomunicazioni).

Il 25.10.1978 morì prematuramente, colpito da un male incurabile.

Prima di andarsene espresse il desiderio di essere sepolto nell’Isola di San Pietro.

Abbiamo percorso insieme l’ultima passeggiata: dalla Chiesa di San Carlo al Giunco.

Giacomo Piccioni riposa in pace in una tomba a ridosso del muro perimetrale di ponente.

Tornando al Fusina, Piccioni non si diede pace per non aver salvato nessuno, nonostante il massiccio impiego di tanti mezzi.

Il 16 e il 17 gennaio del 1970 il destino fu veramente avverso per l’equipaggio del Fusina.

 

 

Foto d'epoca

Giovanni Rombi in primo piano, dietro il Comandante Piccioni

 

Continua...

Fine ottava parte

 

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