A cura di Salvatore Borghero Rodin

     

 

 
 

A cura di Salvatore Borghero Rodin - Racconto a puntate sui principali eventi che hanno dato vita alla grande storia di Carloforte e dell'Isola di San Pietro

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La tragedia del Fusina

Settima parte

Rassegna stampa nazionale

Articolo 27

- Settimanale -
GENTE
Gennaio 1970

A colloquio con i genitori di Angelo Barbieri, la più giovane vittima del naufragio del «Fusina»

ADESSO E’ IN FONDO AL MARE CON LA BAMBOLA PER LA SORELLINA

La mamma è sicura che Angelo non si era dimenticato di comprare il regalo che aveva promesso alla sorella – Si era imbarcato per guadagnare di più e permettere così alla madre che da tempo è seriamente ammalata, di non andare più a lavare i pavimenti – il suo più grande sogno era un appartamento nuovo ed asciutto.

di Renzo Allegri

Sottomarina (Venezia), gennaio 1970

«Avevo preparato il dolce domenica. Aspettavo che da un momento all’altro mio figlio apparisse sulla porta di casa. Invece il mare me lo ha portato via per sempre».

Norma Boscolo continua a ripetere questa frase con un fil di voce ad intervalli regolari, come un lamento. E’ la madre del mozzo Angelo Barbieri, di 16 anni, la più giovane vittima del tragico naufragio del “Fusina”, avvenuta venerdì 16 gennaio, nel mare di Sardegna. La povera donna è sconvolta dal dolore. Angelo era il suo primogenito. Le sono intorno il marito, gli altri due figli più piccoli e alcuni parenti. Cercano inutilmente di consolarla. Essa non sente le frasi che le dicono. Non prende cibo da domenica sera, quando seppe della disgrazia. Sta accasciata su una sedia, vicino alla finestra. Ogni volta che vede passare per la strada un ragazzo che ha pressappoco la statura di suo figlio, viene presa da convulsi, le tremano le mani, grida e sviene. La portano a letto. Quando si riprende torna alla finestra e continua a ripetere: «Aspettavo che da un momento all’altro apparisse sulla porta, invece il mare e lo portato via per sempre».

Angelo Barbieri era nato a Sottomarina, che dista 2 chilometri da Chioggia. Sono otto i chioggiotte periti nel disastro del Fusina.

La famiglia Barbieri abita in una poverissima casa, un tugurio vecchio e pericolante.

«SIAMO GENTE POVERA»

«E’ stata per questa casa e per me che mio figlio è morto», mi racconta la mamma di Angelo. «Noi siamo gente povera. Mio marito è marinaio, ma è quasi sempre ammalato. E’ stato operato due volte per l’ulcera. Lavora, si e no, sei mesi l’anno. Per mandare avanti la famiglia vado a lavorare anch’io. Non ho salute. Sono piena di dolori. Vengo spesso ricoverata all’ospedale. Sono stata in una casa di cura. Ma bisognava mangiare e allora andavo a lavorare anche con la febbre».

«I lavori, qui a Sottomarina, non sono lavori delicati, da signori. Andavo a lavare le carote e il radicchio, prima che venissero imballati e spediti. Un mestiere duro per me: sempre con le mani e i piedi nell’acqua. Poi andavo a fregare i pavimenti, a fare il bucato».

«Angelo voleva aiutarmi. Da prima si mise a fare il barbiere e prendeva duemila lire a settimana. Poi divenne commesso da un panettiere e guadagnava cinque mila lire alla settimana. Sei mesi fa, dopo che io fui un’ennesima volta ricoverata all’ospedale, mi disse: “Mamma, non voglio più che tu faccia la serva. Dì a papà che mi faccio il libretto di marittimo. Io mi imbarco, prenderò tanti soldi e tu potrai stare a casa”».

«Non volevo che andasse in mare. So quanti sacrifici e rischi comporta questa vita. Ma non c’erano alternative. A Sottomarina o a Chioggia non ci sono possibilità di lavoro per i nostri figli: o emigrano o vanno in mare».

L’ULTIMO NATALE

«La prima volta partì il 26 agosto dello scorso anno. Quando tornò a casa con il primo stipendio era così felice che mi fece piangere. Sembrava che il mondo fosse tutto suo. Entrò in casa gridando: “Ciao vecia, son qua varda quanti schei!”. Buttò sul tavolo la busta paga. Io mi misi a piangere, lui mi abbracciò in silenzio. Poi mi disse: «Ho fatto i conti, tornando a casa. Con lo stipendio di papà possiamo mangiare. Con quello che guadagno io possiamo pagare l’affitto. Ce ne andrem0 da questa casa, prenderemo un appartamento nuovo, asciutto, come quello della zia Milena. Tu starai a casa e non ti verranno più i dolori”».

«I conti li aveva fatti bene. Infatti in marzo dovevamo cambiar casa, ma ora non è possibile». La signora Boscolo interrompe il suo racconto. I ricordi la commuovono ed è costretta a soffocare i singhiozzi nel fazzoletto».

«A proposito della casa», interviene un parente «deve sapere che la famiglia Barbieri è proprietaria della casa dove abita. E’ una costruzione vecchia, ha più di cinquecento anni. Sta crollando: cadono gli intonaci, piove dal tetto. Eppure non possono toccarla, non possono metterla a posto. La casa è vincolata dalla Sovrintendenza delle Belle Arti che non permette di far lavori».

«Mio figlio è cresciuto tra i sacrifici e le privazioni», riprende a raccontare la madre del mozzo Angelo Barbieri. «Queste difficoltà lo avevano aiutato ad essere maggiormente attaccato alla sua famiglia. Era ancora un ragazzo, eppure non pensava ad altro che alla famiglia come un uomo. Mi portava a casa tutto lo stipendio, senza prendere per sé neppure mille lire».

«L’ultima volta che venne a casa, il giorno dopo Natale, mi mise in mano uno stipendio di 117 mila lire. E’ una cifra favolosa per noi, neppure suo padre porta a casa tanto. Poi mi chiese: “Mamma mi daresti cinquemila lire?”. “Ma prendine dieci”, risposi. “Te li sei meritati”, e gli misi in mano un pezzo da diecimila lire. Angelo non volle tenerlo. “No mamma”, disse “mi bastano cinquemila lire. Bisogna risparmiare per la casa”».

«Per le feste gli ho comperato un bel vestito nuovo. E’ stato l’unico regalo che gli ho fatto in vita mia. Era anche senza cappotto. Volevo comperargli anche quello, ma non sono riuscita a convincerlo. Diceva che bisognava pensare alla casa».

«Ogni volta che tornava da un viaggio mi portava qualche regalino: un pacchetto di caffé, una bottiglia, delle caramelle. A Natale mi disse, tutto confuso: “Mamma, ti avevo comperato una scatola di cioccolatini. Non ho resistito alla tentazione di aprire la scatola e di assaggiarli. Erano così buon che li ho mangiati tutti”».

«Anche l’ultimo viaggio,prima di questa disgrazia, era stato pericoloso. Quando Angelo entro in casa, il giorno di Santo Stefano, mi disse sbattendo il berretto sul tavolo: “Vecia, son qua. Sono vivo per miracolo. Il cargo era andato alla banda”. Il carico, cioè, si era spostato su un fianco della nave che si era inclinata. La stessa cosa è accaduta questa volta e sono andati tutti a fondo”».

«Dovevo morire anch’io con mio figlio», interviene a dire il padre di Angelo, Menotti Barbieri. «Sono rimasto a casa perché avevo preso una forte influenza, con febbre altissima, tanto che fui ricoverato all’ospedale».

«Angelo non aveva mai voluto che partissimo insieme, sulla stessa nave. Diceva: “Se succede una disgrazia, bisogna che uno di noi due di possa salvare, per provvedere alla mamma”».

«Alla fine di dicembre avevo finito gli impegni con la mia società ed ero libero. Il nostromo del “Fusina” mi ingaggio per questo viaggio. Il 29 di dicembre fui preso dalla febbre e venni ricoverato, così il 2 di gennaio non potei partire».

«Io cominciai a fare questo lavoro nel 1956, per necessità. E’ un lavoro duro, pericoloso che ci tiene lontano dalla famiglia. Anche mio figlio si era imbarcato per necessità. Ma nel suo entusiasmo giovanile, amava il mare, amava il “Fusina”, come se la nave fosse stata sua. Questo doveva essere l’ultimo viaggio che faceva con il “Fusina”. Si diceva infatti che la nave fosse già stata venduta e lui ne era dispiaciuto come se stesse per perdere un caro amico».

«Parlava con tale trasporto di questo suo lavoro, che anche l’altro mio figlio, Mauro, di tredici anni, continuava a piangere e a chiedermi che gli facessi il libretto di marittimo perché voleva imbarcarsi. Avevo deciso di accontentarlo. Qui non c’è possibilità di trovare altro lavoro. Mauro è volenteroso come suo fratello. Anche se è così piccolo, va a lavorare tutti i giorni negli orti, a lavare le carote, il radicchio, ad appiccicare le targhette sulle casse. Lavora fino alle tre e alle quattro del mattino per pochi biglietti da mille alla settimana. Mi fa pena vederlo ridotto così. Avevo proprio deciso di accontentarlo e di fargli il libretto di marittimo. Ma ora basta, preferisco patire la fame, ma i miei figli no metteranno più piedi sulle navi. Gli uomini vanno tranquillamente sulla Luna e tornano a casa sani e salvi. Noi marittimi invece moriamo in mare senza che nessuno se ne accorga».

«Mio figlio era molto affezionato alla sua sorellina, Donatella di 10 anni», mi racconta ancora la madre di Angelo. «Prima di imbarcarsi le aveva detto: “Cosa vuoi che ti porti quando torno?”. “Una bambola”, rispose mia figlia. Angelo rimase un po’ perplesso: una bambola costa parecchio e lui voleva risparmiare su tutto. Però desiderava tanto far felice la piccola. Le disse: “Vai dalla mamma e chiedile se posso regalarti una bambola”. Io risposi di sì. Sono certa che in fondo al mare con il mio Angelo è andata anche la bambola di Donatella».

A Sottomarina la gente ricorda con commozione questo ragazzo tragicamente scomparso. Una vecchia signora che abita vicino alla casa dei Barbieri mi ha detto: «Era un ragazzo che si faceva voler bene. Quando tornava, passava di casa in casa a saltare tutti. Gli uomini con i quali aveva maggior confidenza li chiamava “zio”».

Assieme al nome di Angelo Barbieri, il più giovane dell’equipaggio tragicamente scomparso, la gente ricorda Giovanni Nordio, il telegrafista di bordo. Anche il Nordio era giovane, aveva 28 anni. Questo era il suo ultimo viaggio e doveva sposarsi fra qualche mese.

Un vecchio marinaio, amico di Giovanni Nordio, mi ha raccontato: «Giorgio (lo chiamavano tutti così), doveva morire nel ’44, quando aveva appena due anni. Sua madre era a bordo della motonave “Giudecca” ancorata in Laguna, e teneva il piccolo figlio in braccio. Ci fu un bombardamento. La donna venne ferita. La nave affondò. La madre di Giorgio si buttò in acqua con il bambino in braccio, riuscì a raggiungere la riva, affidò il piccolo ai soccorritori e spirò. Giorgio raccontava spesso questo episodio e diceva che a lui il mare non avrebbe fatto più nessuno scherzo. Era già stato assunto dalla “Snam progetti”, che lo aveva destinato alla cabina radio di una piattaforma fissa per le ricerche petrolifere in mare aperto. Aveva accettato di fare questo viaggio per mettere da parte un po’ di soldi per il matrimonio».

Renzo Allegri

Continua...

Fine settima parte - Articolo 27

 

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