A cura di Salvatore Borghero Rodin

     

 

 
 

A cura di Salvatore Borghero Rodin - Racconto a puntate sui principali eventi che hanno dato vita alla grande storia di Carloforte e dell'Isola di San Pietro

Indice generale della rubrica "La grande Storia di Carloforte"

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16.01.2010 - Fusina - Nel 40° anniversario della tragedia che toccò il cuore dei Carlofortini
   

La tragedia del Fusina

Settima parte

Rassegna stampa nazionale

Articolo 06

IL GAZZETTINO
Edizione della Provincia di Venezia

martedì 20 gennaio 1970
- pagina 7 -

Giorgio Renier di Castello
Navigava in attesa di entrare all’Acnil

Giorgio Renier, 32 anni, Castello 481 (Sant’Anna), celibe, direttore di macchina, era l’unico veneziano residente nel centro storico, imbarcato sul «Fusina».

La salma è stata recuperata.

Ci è stato impossibile avvicinare la famiglia, che si è chiusa in un comprensibile dolore, vinta dall’angoscia.

Le sole notizie su Giorgio Renier ci sono venute da un suo compagno di scuola, che con Renier aveva anche diviso il banco all’Istituto Nautico, e che era stato assieme al Renier nel viaggio compiuto per mare durante l’ultimo anno di scuola. Giorgio Renier si era diplomato nel ’61; da allora aveva sempre viaggiato per mare, cambiando varie navi (era stato anche su una petroliera).

Dopo dieci anni aveva deciso di trovare lavoro a terra, forse l’aveva anche trovato.

Ci racconta il suo vecchio compagno di scuola: «sono rimasto incredulo nel leggere il giornale e nel vedere che Giorgio si trovava sul «Fusina».

L’avevo incontrato un mese fa e ci eravamo fermati per scambiarci due chiacchiere.

Mi aveva detto che voleva trovare un posto a terra; mi pare all’Acnil.

Mi sembra di ricordare che mi aveva perfino detto che aveva cominciato un periodo di prova».

Giorgio Renier aveva prestato servizio all’Acnil come «stagionale» nell’estate scorsa – ci è stato confermato – e attendeva ora di entrare nei ruoli organici dell’Azienda.

(fine dell’articolo)

I familiari del comandante
Vogliono soltanto piangere da soli

E’ stato impossibile avvicinare la vedova del comandante della «Fusina», signora Maria Caprioli, di cinquantun anni, e il figlio Adriano di ventisette anni, che vivono in un appartamento al secondo piano di viale Garibaldi 61, a Mestre.

Dalla porta socchiusa da un parente (un cognato del comandante Mario Catena) si intravedono una donna dal viso disfatto dal pianto, un giovane con gli occhiali, una ragazza in pantaloni e pelliccia, volti tesi.

Nessuno parla se non per chiedere al cronista di non intervenire.

E’ un momento di grande tensione: è il momento in cui si potrebbe onorare la memoria di un uomo di mare e di esaltarne la figura, di dire alla gente : «Questo che forse qualcuno ha incontrato sull’autobus e in piazza Ferretto, che lo ha sfiorato, è un uomo che viveva sul mare, che aveva raggiunto i luoghi più remoti del pianeta».

E raccontare la sua vita, il suo sacrificio perché la gente si accorga, almeno ora, di tutto ciò che sta dietro un volto e cioè della storia di uomo.

Ma ci sono momenti in cui è impossibile un qualsiasi dialogo con i superstiti, protetti da una barriera (comprensibile) di amici e di parenti che, oltre tutto, stanno preparandosi ad andare in Sardegna, per ricevere dal mare, se sarà possibile, almeno il corpo di Mario Catena, veneziano, capitano di lungo corso e comandante di quel tragico mercantile.

(fine dell’articolo)

Non sapeva resistere al richiamo del mare
Sergio Doria era decorato di croce al valor militare

Lo avevano perfino promosso per invogliarlo a navigare: era diventato caporale di macchina, ma Sergio Doria, cinquantun anni, sottufficiale della «Fusina», era stufo di mare, di quei lunghi o lunghissimi «vuoti» nella vita (quattordici mesi, una volta, uno dietro l’altro).

Per due volte, dopo sposato, aveva smesso di cercare imbarchi.

La prima volta, dopo quattro anni di navigazione, la moglie, Lea Nordio, anche lei di Chioggia (si sono trasferiti a Mestre in un appartamento in Via Antonio da Pordenone, sette anni fa) aveva detto di essere stufa di solitudine.

Si era messo a fare il pescatore, il «valisàn», ricorda suo fratello, ma non aveva resistito, e così la seconda volta.

Ma poi era tornato sulle navi dove, per sei mesi, aveva vissuto anche su una «barca fasulla» una delle navi-ombra: un lavoro senza futuro, un «lavoro pericoloso».

Decorato di croce al merito, aveva vissuto la guerra su una nave ausiliaria, la cisterna «Po» ma subito dopo la liberazione si era imbarcato su navi mercantili e aveva girato attorno al mondo: i suoi familiari ricordano i racconti che faceva della Cina e della Russia, del Giappone:

L’imbarco sulla «Fusina» gli garantiva viaggi non troppo lunghi, il ritorno in famiglia (ha due figli maschi, Umberto di 22 anni e Franco, tornato in permesso dal reparto dove fa il servizio militare, e una femmina, Anna, di sedici anni.

Era stufo di quella vita e «quella nave non gli piaceva».

Pensava alla sicurezza nella vecchiaia, alla pensione.

«Mi conteranno anche gli anni di guerra» diceva.

Il 6 gennaio aveva telefonato da Iglesias per fare gli auguri di buon compleanno alla moglie.

I. P.

LARGA ECO DI CORDOGLIO PER IL TRAGICO
DESTINO DEI VENEZIANI DEL MERCANTILE FUSINA

Uno spostamento del carico all’origine della sciagura?

«Uscita da Porto Vesme, la "Fusina" dopo aver percorso dieci miglia ha dovuto accostare per approssimarsi alla rotta sud-est, cioè dirigersi verso Messina.

E’ possibile che in fase di accostata, la nave sia sbandata, probabilmente per l’azione del vento e del mare “cattivo", determinando il cosiddetto ingavonamento, vale a dire lo sbandamento dell’unità su un lato e quindi la tragedia».

Così il comandante Mario Borsani dirigente della SANA – con sede a Mestre – ha cercato di spiegare una tra le possibili cause dell’affondamento della motonave veneziana, avvenuto ad un miglio e mezzo dall’isola di San Pietro, in Sardegna.

«Il carico – ha aggiunto – può aver influito sulla tragedia, ma non lo si può dire.

Infatti, i carichi alla rinfusa vengono assicurati con delle paratie longitudine perché sia evitato lo spostamento della merce; questa operazione è fatta nei porti da ditte specializzate sotto il controllo degli addetti al Registro navale e dello stesso comandante dell’unità.

Conoscendo bene come avviene questo controllo e conoscendo soprattutto la precisione del comandante Catena io escluderei che l’affondamento della "Fusina" sia stato determinato da uno spostamento del carico.

L’inchiesta in corso, ad ogni modo, stabilirà le cause del sinistro».

Il comandante Borsani dirige la società di navigazione da alcuni anni.

Domenica sera era nella sua abitazione di via Roma a Spinea quando lo abbiamo raggiunto per comunicargli la notizia dell’affondamento della "Fusina".

Non sapeva ancora nulla.

L’Ufficiale è rimasto dapprima incredulo, poi si è messo in comunicazione con la capitaneria di porto di Venezia e allora ha avuto conferma della tragedia.

Subito si è recato negli uffici della direzione della società in corso del Popolo e si è messo in comunicazione con le Capitanerie di porto di Carloforte, Sant’Antioco e Cagliari, dalle quali soltanto alle 23,30 apprendeva che si nutrivano ormai ben poche speranze di ritrovare vivi il comandante e i 17 uomini di equipaggio della "Fusina".

E’ cominciato allora il doloroso compito di informare i familiari dei «dispersi».

Il comandante Borsani, coadiuvato da due funzionari della società (Luciano Masetti e Giovanni De Simeone) ha provveduto ad avvertire quelli che avevano il telefono.

Alle altre famiglie, abitando tra l’altro lontano da Mestre, sono stati spediti dei telegrammi.

La moglie del comandante della "Fusina" Mario Catena, appena ricevuta la notizia è accorsa con il figlio e un fratello negli uffici della società.

«Il comandante Catena – ci ha detto Mario Borsani – era un ottimo ufficiale, sapeva benissimo il suo mestiere.

Era stato ingaggiato dalla nostra società subito dopo l’acquisto della "Fusina" ed a lui era stato affidato il comando dell’unità.

Era molto stimato dai suoi dipendenti».

G. B.

LA FAMIGLIA DI FREGUIA ABITA AL LIDO
VICINO A QUELLA DI ERMINIO DORIA

Il vecchio padre dell’unico superstite non ha potuto ancora parlare col figlio

Per fortuna, ad informare subito la gente, ci sono i giornali, la radio, la televisione.

Giudicata notevole la scomparsa di una piccola nave veneziana, il Telegiornale ne ha dato notizia la sera di domenica, specificando che dei 19 uomini dell’equipaggio soltanto uno è ufficialmente vivo, il cameriere Ugo Freguja.

Che fortuna, dunque, per i familiari del cameriere: una prima lancinante notizia, e subito dopo la tranquillità.

E gli altri?

Uno degli altri, il padre del primo macchinista Erminio Doria, seduto anch’egli davanti al televisore, per un pelo ha evitato di esser fulminato da un infarto.

Non ne sapeva nulla prima (come i Freguja del resto) e nulla ne ha saputo da chi avrebbe dovuto informarlo sulla sorte del figlio.

Il caso vuole anche che i Freguja e i Doria vivano, al Lido, a poca distanza tra loro: i primi in una casa modesta sulla Riva Corinto, in vista del Bacino, gli altri sul versante opposto, al di qua dei murazzi e del mare, in via delle Meduse.

Cameriere il Freguia per pura ambizione del mondo, è all’ufficiale Doria, spinto in mare da un’irrequieta vocazione, che il destino riserva la sorte più crudele.

Dice suo padre Antonio, pensionato dell’Acnil:«Non c’è stata ombra di comunicazione ufficiale da parte di nessuno.

Se non mi piacesse lo sport, ieri sera non sarei stato seduto davanti al televisore, e magari non ne saprei niente nemmeno adesso.

Anche mio figlio era uno sportivo, un campione della pallacanestro.

Il gusto di guardare quelle cose lì l’avevo preso da lui……».

Una bella casa, costosa, i pavimenti lucidi, la presenza tangibile di una donna amorosa.

Di là, in salotto, un paio di amici venuti a dare sollievo di cui pare non ci sia bisogno.

In pigiama a mezzogiorno, gli occhi rossi ma senza lacrime, questo bel vecchio di 66 anni è come frastornato, con la mente altrove.

Trasale di continuo ma la voce non gli trema.

«E’ un colosso mio figlio. Non mi rendo conto di come possa……».

Non «era», dunque: suo figlio «è» un colosso, come dire che è vivo, è suo padre che lo vuole così.

Finché nessuno si presenta a dirgli qualcosa, dandogli un’amara garanzia, perché non sperare?

«Un toro, un lupo di mare, un buono», sussurra la zia Antonia, una signora dall’aria mite.

Erminio e il fratello li crebbe lei, da quando morì la loro madre.

«Come può essere accaduto?

E dove sarà mai ora il mio bel nipote, benedetto?», invoca ancora la zia.

Era (o è) davvero un bel nipote: un colosso, un toro, tutto quello che c’è in questi trasalimenti amorosi è vero.

Le sue fotografie son tante, sparse sul tavolo: in maglietta da campione, dietro la torta nuziale con a bella moglie Alessandra.

Due visi aperti, il sorriso istintivo, una comune innocenza di pensieri.

Trentun anni lui, ventisei lei, Erminio ed Alessandra sembrano dalle fotografie una sfida al destino.

Una provocazione.

«Forse – aggiunge la zia torcendosi le mani in grembo – sarà su qualche spiaggia nascosta, in attesa che qualcuno lo salvi».

Ieri mattina, in aereo, Alessandra si è precipitata in Sardegna.

Era giusto del resto, e inevitabile.

Curiosamente, nemmeno i Freguia sono lieti.

Forse ancora non si rendono conto della fortuna che gli è toccata in sorte o, fors’anche, è il rancore di sentirsi ignorati fino all’ultimo.

«Io mi domando una cosa sola – prorompe Pasquale Freguia, 76 anni, materassaio – perché, se il naufragio è accaduto venerdì sera, noialtri lo abbiam saputo solo dalla televisione, due sere dopo?».

A questo una spiegazione si trova: e la si ricava appunto dalle traversie del figlio Ugo, l’unico sopravvissuto.

Una notte disperata in mare, il dormiveglia sulla spiaggia, il lungo sonno in casa del soccorritore; «ma – insiste il vecchio – se allora nemmeno mio figlio si fosse salvato, e si fosse fatto vivo quando ha potuto, nessuno si sarebbe preoccupato di una nave che non dava notizie di sé da due giorni?!».

A guardar dalla finestra a pianterreno, la laguna davanti è un semplice catino d’acqua che non fa paura.

L’Ugo, cameriere della «Fusina», deve aver tratto da questa apparenza di tranquillità le sue curiosità del mondo.

Continua...

Fine settima parte - Articolo 06

 

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